Il fascino di una stella misteriosa e perfezionista: Svetlana Zakharova parla della sua vita d’artista, di moglie e di mamma.


Il fascino di una stella misteriosa e perfezionista: Svetlana Zakharova parla della sua vita d’artista, di moglie e di mamma.
SvetlanaZakharova-Roberto Bolle in "L'istori de Manon" Foto Brescia-Amisano

Incontrarla di persona è sempre una grande emozione perché Svetlana Zakharove ha il fascino lieve, elegante, riservato di una stella che brilla di una sua luce propria, velata e misteriosa. Prima ballerina étoile alla Scala e al Bol’šoj di Mosca, è nata in Ucraina e, a soli 17 anni, è entrata al Teatro Mariinsky dove, un anno dopo, aveva già danzato tutti i ruoli principali. Nel 2003 il clamoroso addio al Teatro Pietroburghese per volare al Bol’šoj a Mosca dove l’attendeva un’altra strepitosa carriera, in un intreccio di bellezza e perfezione tecnica che le valse il soprannome di “Miss Perfection”.  I premi e le onorificenze ricevute non si contano e i più importanti teatri del mondo se la contendono come una perla preziosa. Abituati a vederla in scena da regina, anche nel recente Gala des Étoiles, in chiusura di Expo, in abiti luccicanti e imperiali, si resta piacevolmente stupiti nel cogliere la sua eleganza innata anche quando si presenta, struccata, in jeans e un golfino attillato. L’ho intervistata in una saletta del Teatro alla Scala, rubandola per un’ora, dalle prove con Roberto Bolle del balletto L’histoire de Manon di Kenneth McMillan. La rivedremo in coppia con lui in Giselle, la prossima stagione, a ottobre, in Don Chisciotte di Rudolf Nureyev, a marzo, con Leonid Sarafanov e in Il lago dei cigni di Alexei Ratmansky , a fine giugno.

Al Teatro alla Scala è ormai di casa, da quando ha fatto il suo ingresso trionfale nella stagione 2007-2008, con Il lago dei cigni; che rapporto ha con questo teatro?

<<Mi sembra che il mio primo spettacolo alla Scala non è stato nel 2008 ma molto prima, ho la sensazione di essere qui da tutta una vita>>.

Ha ballato spesso con Roberto Bolle, di recente in L’histoire de Manon di Kenneth McMillan e in Giselle il prossimo anno, cos’ha di speciale e come si trova in coppia con lui?

<<C’è qualcosa in lui di molto particolare, difficile da spiegare con le parole ma che si può cogliere solo sul palcoscenico. E’ una persona che lavora tantissimo e in questo, forse, ci assomigliamo. Cerca sempre, tenta qualcosa di nuovo e, quando lavoriamo insieme, proviamo tutti i dettagli in modo che affrontiamo il palcoscenico sicuri. Quando entriamo in scena, non c’è mai un dettaglio, un movimento, di cui noi non siamo certi. E’ un partner veramente incredibile. Dal punto di vista umano non lo conosco molto, ci frequentiamo solo nella sala prove, è anche lui una persona molto riservata, modesta, gentile, semplice. Scherziamo e ridiamo molto durante le prove, anche quando c’è qualcosa che non ci riesce. Nella mia carriera mi è capitato di avere dei partner che rifiutavo ma con Roberto non mi è mai successo>>.

Dopo impreviste vicissitudini a causa del duplice infortunio delle étoiles, prima David Hallberg dell’American Ballet Theatre e poi dell’ucraino Sergei Polunin, a ottobre si è ritrovata a ballare La bella addormentata nel bosco di Alexei Ratmansky su musica di Cajkovskij, con una giovane promessa scaligera: Jacopo Tissi nel ruolo del principe Désiré. Una “Ferrari” e un’esordiente, se pur talentuoso, com’è andata?

<<Tutto è stato molto inaspettato, solo una settimana prima dello spettacolo ho saputo che Polunin non poteva venire e, in quel momento, Jacopo mi stava aiutando a provare. La direzione mi ha chiesto cosa fare ed io ho detto va bene, danzerò con lui, è un ballerino di grande talento e ho pensato che meritava una chance. Se avessi sentito che aveva dei problemi, che non mi teneva bene non avrei accettato, soprattutto per la prima. Ero sicura di lui al cento per cento. Gli ho detto: “calma” perché ovviamente era agitato, mi sono accorta che reagisce molto bene a tutte le osservazioni. Mi è rimasta di lui un’impressione molto bella. Mi ha fatto ricordare quando, anch’io giovanissima, avevo diciassette anni, ho iniziato a ballare in palcoscenico e i partner con più esperienza mi aiutavano e mi supportavano perché anch’io non sapevo tante cose. Alla prima non abbiamo voluto rischiare di fare il pesce (n.d.r: una posa nel passo a due in cui la danzatrice, sostenuta dal partner, è in posizione quasi verticale con il busto verso il basso e i piedi all’insù) ma poi nelle altre recite sì ed è andata bene>>.

Se dovesse dargli un consiglio?

<<Non amo dare consigli, posso solo augurargli una bella carriera>>.

La filologica ricostruzione coreografica di Ratmansky dell’originale di Petipa l’ha, in un certo senso costretta, ad affrontare una versione nuova, colma di dettagli diversi (piccoli passi, più rapidi e meno estesi), come ha affrontato, questa nuova sfida, di un balletto nel suo repertorio ormai da molti anni?

<<Questo balletto dall’inizio, fino al finale, è completamente diverso, ogni tanto il disegno è lo stesso, la variazione, la coda ma i movimenti sono differenti. Non posso nascondere che ci sono state delle difficoltà, tutti hanno notato che ho dovuto far scendere “la zampa”; per me non è stato un problema, anzi, era molto più facile ballare così. Ci sono tantissimi piccoli movimenti insidiosi e un tempo estremamente veloce, ho vissuto delle contraddizioni dentro di me perché  danzo La bella addormentata da quando ho diciannove anni e, più o meno, le altre versioni si assomigliano tutte. Questa di Ratmansky è, invece, molto più terrena, non ci sono salti, non si possono alzare le gambe, ho dovuto usare le mie possibilità circa al settanta per cento. E’ stata comunque un’esperienza interessante>>.

La sua carriera italiana iniziò a Roma, più di quindici anni fa, grazie a Carla Fracci, che l’invitò a danzare proprio La bella addormentata; che rapporto ha avuto con la nostra grande étoile?

<<Sì, era proprio La bella addormentata; quando sono arrivata la prima volta a Roma, non ha provato con me mentre nel Lago dei cigni abbiamo danzato insieme, lei nel ruolo della madre. Aveva il camerino vicino al mio, era molto gentile, voleva sapere come mi trovavo e, anche oggi, quando ci incontriamo, abbiamo dei rapporti molto cordiali. E’ un simbolo del balletto italiano, mi piace vedere le sue foto della scena della pazzia di Giselle, gli occhi enormi, il capello che scende, ancora oggi ho i brividi>>.

Le piace guardare fotografie?

<<Amo i ritratti, a Londra sono andata a vedere “ La Galleria Nazionale dei Ritratti” perché mi affascinano>>.

Negli ultimi anni, alla Scala si è respirata un’aria più “russa”; lei, Polina Semionova, Ivan Vasiliev, danzate spesso a Milano, quali sono le principali differenze rispetto ai grandi teatri dove vi siete formati, il Mariinsky e il Bolshoi?

<<Certo, il direttore Makhar Vaziev, era russo; è una domanda delle più ingrate, ogni teatro è diverso, ognuno ha un suo stile, le persone sono differenti, la cosa bella è proprio cogliere le loro varie energie>>.

L’abbiamo vista danzare, al Gala des Étoiles, La morte del cigno di Michail Fokin, un assolo di straordinaria bellezza creato nel 1905 per Anna Pavlova, l’interpretazione di questa grande étoile in che modo ha inciso sul suo modo di danzare questo pezzo?

<<La morte del cigno danzata dalle ballerine di oggi non ha niente a che vedere con quello originale di Pavlova, questa miniatura era stata fatta da Fokin come un’improvvisazione, il successo di questo lavoro era proprio in questo; ogni ballerina si può esprimere come meglio crede. La cosa più difficile di questo pezzo è proprio prepararsi per ballarlo, ti devi uccidere prima di entrare in scena, devi provare dentro di te questo stato di morte>>.

Pavlova aveva un cigno nel suo giardino che osservava per imparare i suoi movimenti, a lei è mai successo di soffermarsi a esaminarne uno ?

<<Io non ho un cigno personale però mi è capitato di vederli e osservarli; non cerco di rappresentare il cigno come un uccello ma il suo spirito, il passaggio dell’anima in un’altra dimensione, in un altro mondo, la fine di una vita terrena>>.

E’ sposata con il violinista, Vadim Repin e, nel 2011, è nata la vostra bimba, Anja; conciliare i ritmi e le vite di due artisti non è semplice, voi come ci riuscite?

<<Ringrazio molto mia madre perché ci ha supportato in tutto. Quando Anja era più piccola la portavo più spesso con me ma adesso che è cresciuta (a febbraio compirà cinque anni), ha le sue attività, fa danza e mi rendo conto che non può seguirmi. Dal primo giorno che ci siamo conosciuti io e mio marito siamo sempre in giro; se è libero, mi raggiunge perché non ha bisogno della sala prove come me, io sono sempre legata a qualche teatro, lui invece può studiare ovunque. Quando ci vediamo, siamo solo felici di stare insieme e ringraziamo Dio ogni volta; ci supportiamo, anche se le nostre professioni sono diverse ci capiamo benissimo.  Da quando l’ho conosciuto ho cominciato ad ascoltare la musica in modo differente, capisco meglio i suoni dell’orchestra; se prima erano importanti solo i tempi che dava il direttore, adesso mi accorgo se c’è qualcuno che suona male, o viceversa se un musicista esegue il pezzo molto bene, il mio movimento è diverso>>.

La maternità l’ha arricchita nella sua vita professionale?

<<Assolutamente sì, ha cambiato completamente tutte le prospettive, nella mia testa il mondo si è rovesciato, tutto gira intorno a lei. Gli artisti sono egoisti e quando ti nasce un bambino non t’importa più nulla, tutto il tuo essere cambia, ho cominciato a vedere i colori e a sentire le cose in modo diverso. E poi mi sono riposata per un anno…(ride)>>.

Pensa di dare un’educazione religiosa a sua figlia?

<<In Russia non abbiamo istituti religiosi, ci sono scuole domenicali presso le parrocchie ma comunque la educhiamo alla fede, nel timore di Dio, per noi è molto importante; sono cristiana ortodossa. Fin da quando è nata la portavamo con noi a fare la comunione, la fede nella nostra famiglia ha la priorità>>.

Fra tutti i personaggi che ha interpretato, ce n’è uno che ama particolarmente?

<<No!>>

A un certo punto della sua vita si è avvicinata anche alla politica, era ex deputata della Duma della Russia (la Camera bassa del Parlamento), cosa l’ha spinta a impegnarsi sul quel fronte?

<< E’ stato il comitato che si occupava della cultura a chiamarmi e in quel momento, per me, era molto interessante, volevo trovare qualcosa di nuovo, seguo sempre quello che succede nel mio paese >>.

E’ vero che quando viene a Milano le piace fare shopping?

<<Sì, perché quando sono a casa non ho tempo invece in tournée ho più occasioni. Giro per il centro, non prediligo un particolare stilista, quando trovo qualcosa che mi piace, lo compro, non sono legata a un marchio >>.

Che cos’è per lei la femminilità?

<<E’ difficile definirla con una parola, io mi sento femminile, ci sono tante componenti della femminilità, il fascino è una qualità naturale>>.

Il cinema è un’altra sua passione, sarebbe felice di affrontare il ruolo di attrice?

<<Si, è un mio sogno ma al momento non ho ancora avuto l’occasione>>.

Quale eredità ha lasciatoRudolf Nureyev all’Occidente e cosa invece in Russia dove il suo nome, per ragioni politiche dopo la fuga in Francia, è sempre stato quasi “innominabile”?

<<In primo luogo ha lasciato i suoi spettacoli oltre a quelli che ha ballato lui; ho danzato molte sue coreografie, anche qui alla Scala. Erano in pochi che potevano allestire balletti di tali proporzioni, aveva un gusto incredibile per le scenografie, voleva che il palcoscenico fosse bello. C’è stato molto rumore quando se n’è andato dalla Russia, è tornato una volta sola. Nel mio paese, le sue coreografie, ancora oggi, non si rappresentano. Io le ho danzate solo all’Opéra di Parigi e alla Scala>>.

Perfezionista, calma, molto equilibrata, romantica, eterea, brillante sul palco, a volte piuttosto distaccata ma non le capita mai di perdere il controllo e di arrabbiarsi un po’ “spudoratamente”?

<<Si certo, posso anche urlare. Succede di rado, in sala prove e, quando accade, mi meraviglio. Vuol dire che la situazione è veramente critica, In famiglia non litighiamo mai>>.

E’ uscito da poco il suo primo libro fotografico, realizzato in oltre due anni di lavoro, dal fotografo Pierluigi Abbondanza (Lime ed.); più di centocinquanta foto strepitose, con testi scritti da lei, in cui emerge l’essenza della sua grande personalità e arte. E’ felice del risultato?

<<Sì, molto. Pierluigi mi ha seguito per due anni in ogni teatro, ha fatto migliaia di foto e tra queste ne abbiamo scelte centocinquanta, non è stato facile. Ogni volta che mi faceva vedere le foto gli dicevo “no”, c’era sempre qualcosa che non era come avrei voluto, sono molto severa ma non perché lui non fosse bravo>>.

Alcune grandi étoiles, Sylvie Guillem, Alessandra Ferri si sono fatte immortalare nude da celebri fotografi, ne condivide la scelta?

<<E’ un loro diritto, ma io non mi farei mai fotografare nuda perché la mia religione non me lo permette e per un senso del pudore. Non ho visto le foto di cui mi parla e magari sono state fatte in maniera molto delicata, non mi piace giudicare. Di una cosa, comunque, sono certa: non l’ avrei mai fatto>>.

Il momento più cruciale della sua carriera?

<<Probabilmente quando ho lasciato il Teatro Marinskij per il Bolshoi, è stato un momento molto difficile della mia vita ma dovevo fare questa scelta perché sentivo il desiderio di sviluppare il mio repertorio, di volere qualcosa in più>>.

Un sogno o un progetto al quale non vorrebbe, per nessun motivo al mondo, rinunciare?

<<Mai dire mai, penso che si possa rinunciare a qualsiasi cosa, al lavoro o a un progetto>>.

(Pubblicato in StudiCattolici- Dicembre 2015)

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Il fascino di una stella misteriosa e perfezionista: Svetlana Zakharova parla della sua vita d’artista, di moglie e di mamma.


Il fascino di una stella misteriosa e perfezionista: Svetlana Zakharova parla della sua vita d’artista, di moglie e di mamma.
SvetlanaZakharova-Roberto Bolle in "L'istori de Manon" Foto Brescia-Amisano

Incontrarla di persona è sempre una grande emozione perché Svetlana Zakharove ha il fascino lieve, elegante, riservato di una stella che brilla di una sua luce propria, velata e misteriosa. Prima ballerina étoile alla Scala e al Bol’šoj di Mosca, è nata in Ucraina e, a soli 17 anni, è entrata al Teatro Mariinsky dove, un anno dopo, aveva già danzato tutti i ruoli principali. Nel 2003 il clamoroso addio al Teatro Pietroburghese per volare al Bol’šoj a Mosca dove l’attendeva un’altra strepitosa carriera, in un intreccio di bellezza e perfezione tecnica che le valse il soprannome di “Miss Perfection”.  I premi e le onorificenze ricevute non si contano e i più importanti teatri del mondo se la contendono come una perla preziosa. Abituati a vederla in scena da regina, anche nel recente Gala des Étoiles, in chiusura di Expo, in abiti luccicanti e imperiali, si resta piacevolmente stupiti nel cogliere la sua eleganza innata anche quando si presenta, struccata, in jeans e un golfino attillato. L’ho intervistata in una saletta del Teatro alla Scala, rubandola per un’ora, dalle prove con Roberto Bolle del balletto L’histoire de Manon di Kenneth McMillan. La rivedremo in coppia con lui in Giselle, la prossima stagione, a ottobre, in Don Chisciotte di Rudolf Nureyev, a marzo, con Leonid Sarafanov e in Il lago dei cigni di Alexei Ratmansky , a fine giugno.

Al Teatro alla Scala è ormai di casa, da quando ha fatto il suo ingresso trionfale nella stagione 2007-2008, con Il lago dei cigni; che rapporto ha con questo teatro?

<<Mi sembra che il mio primo spettacolo alla Scala non è stato nel 2008 ma molto prima, ho la sensazione di essere qui da tutta una vita>>.

Ha ballato spesso con Roberto Bolle, di recente in L’histoire de Manon di Kenneth McMillan e in Giselle il prossimo anno, cos’ha di speciale e come si trova in coppia con lui?

<<C’è qualcosa in lui di molto particolare, difficile da spiegare con le parole ma che si può cogliere solo sul palcoscenico. E’ una persona che lavora tantissimo e in questo, forse, ci assomigliamo. Cerca sempre, tenta qualcosa di nuovo e, quando lavoriamo insieme, proviamo tutti i dettagli in modo che affrontiamo il palcoscenico sicuri. Quando entriamo in scena, non c’è mai un dettaglio, un movimento, di cui noi non siamo certi. E’ un partner veramente incredibile. Dal punto di vista umano non lo conosco molto, ci frequentiamo solo nella sala prove, è anche lui una persona molto riservata, modesta, gentile, semplice. Scherziamo e ridiamo molto durante le prove, anche quando c’è qualcosa che non ci riesce. Nella mia carriera mi è capitato di avere dei partner che rifiutavo ma con Roberto non mi è mai successo>>.

Dopo impreviste vicissitudini a causa del duplice infortunio delle étoiles, prima David Hallberg dell’American Ballet Theatre e poi dell’ucraino Sergei Polunin, a ottobre si è ritrovata a ballare La bella addormentata nel bosco di Alexei Ratmansky su musica di Cajkovskij, con una giovane promessa scaligera: Jacopo Tissi nel ruolo del principe Désiré. Una “Ferrari” e un’esordiente, se pur talentuoso, com’è andata?

<<Tutto è stato molto inaspettato, solo una settimana prima dello spettacolo ho saputo che Polunin non poteva venire e, in quel momento, Jacopo mi stava aiutando a provare. La direzione mi ha chiesto cosa fare ed io ho detto va bene, danzerò con lui, è un ballerino di grande talento e ho pensato che meritava una chance. Se avessi sentito che aveva dei problemi, che non mi teneva bene non avrei accettato, soprattutto per la prima. Ero sicura di lui al cento per cento. Gli ho detto: “calma” perché ovviamente era agitato, mi sono accorta che reagisce molto bene a tutte le osservazioni. Mi è rimasta di lui un’impressione molto bella. Mi ha fatto ricordare quando, anch’io giovanissima, avevo diciassette anni, ho iniziato a ballare in palcoscenico e i partner con più esperienza mi aiutavano e mi supportavano perché anch’io non sapevo tante cose. Alla prima non abbiamo voluto rischiare di fare il pesce (n.d.r: una posa nel passo a due in cui la danzatrice, sostenuta dal partner, è in posizione quasi verticale con il busto verso il basso e i piedi all’insù) ma poi nelle altre recite sì ed è andata bene>>.

Se dovesse dargli un consiglio?

<<Non amo dare consigli, posso solo augurargli una bella carriera>>.

La filologica ricostruzione coreografica di Ratmansky dell’originale di Petipa l’ha, in un certo senso costretta, ad affrontare una versione nuova, colma di dettagli diversi (piccoli passi, più rapidi e meno estesi), come ha affrontato, questa nuova sfida, di un balletto nel suo repertorio ormai da molti anni?

<<Questo balletto dall’inizio, fino al finale, è completamente diverso, ogni tanto il disegno è lo stesso, la variazione, la coda ma i movimenti sono differenti. Non posso nascondere che ci sono state delle difficoltà, tutti hanno notato che ho dovuto far scendere “la zampa”; per me non è stato un problema, anzi, era molto più facile ballare così. Ci sono tantissimi piccoli movimenti insidiosi e un tempo estremamente veloce, ho vissuto delle contraddizioni dentro di me perché  danzo La bella addormentata da quando ho diciannove anni e, più o meno, le altre versioni si assomigliano tutte. Questa di Ratmansky è, invece, molto più terrena, non ci sono salti, non si possono alzare le gambe, ho dovuto usare le mie possibilità circa al settanta per cento. E’ stata comunque un’esperienza interessante>>.

La sua carriera italiana iniziò a Roma, più di quindici anni fa, grazie a Carla Fracci, che l’invitò a danzare proprio La bella addormentata; che rapporto ha avuto con la nostra grande étoile?

<<Sì, era proprio La bella addormentata; quando sono arrivata la prima volta a Roma, non ha provato con me mentre nel Lago dei cigni abbiamo danzato insieme, lei nel ruolo della madre. Aveva il camerino vicino al mio, era molto gentile, voleva sapere come mi trovavo e, anche oggi, quando ci incontriamo, abbiamo dei rapporti molto cordiali. E’ un simbolo del balletto italiano, mi piace vedere le sue foto della scena della pazzia di Giselle, gli occhi enormi, il capello che scende, ancora oggi ho i brividi>>.

Le piace guardare fotografie?

<<Amo i ritratti, a Londra sono andata a vedere “ La Galleria Nazionale dei Ritratti” perché mi affascinano>>.

Negli ultimi anni, alla Scala si è respirata un’aria più “russa”; lei, Polina Semionova, Ivan Vasiliev, danzate spesso a Milano, quali sono le principali differenze rispetto ai grandi teatri dove vi siete formati, il Mariinsky e il Bolshoi?

<<Certo, il direttore Makhar Vaziev, era russo; è una domanda delle più ingrate, ogni teatro è diverso, ognuno ha un suo stile, le persone sono differenti, la cosa bella è proprio cogliere le loro varie energie>>.

L’abbiamo vista danzare, al Gala des Étoiles, La morte del cigno di Michail Fokin, un assolo di straordinaria bellezza creato nel 1905 per Anna Pavlova, l’interpretazione di questa grande étoile in che modo ha inciso sul suo modo di danzare questo pezzo?

<<La morte del cigno danzata dalle ballerine di oggi non ha niente a che vedere con quello originale di Pavlova, questa miniatura era stata fatta da Fokin come un’improvvisazione, il successo di questo lavoro era proprio in questo; ogni ballerina si può esprimere come meglio crede. La cosa più difficile di questo pezzo è proprio prepararsi per ballarlo, ti devi uccidere prima di entrare in scena, devi provare dentro di te questo stato di morte>>.

Pavlova aveva un cigno nel suo giardino che osservava per imparare i suoi movimenti, a lei è mai successo di soffermarsi a esaminarne uno ?

<<Io non ho un cigno personale però mi è capitato di vederli e osservarli; non cerco di rappresentare il cigno come un uccello ma il suo spirito, il passaggio dell’anima in un’altra dimensione, in un altro mondo, la fine di una vita terrena>>.

E’ sposata con il violinista, Vadim Repin e, nel 2011, è nata la vostra bimba, Anja; conciliare i ritmi e le vite di due artisti non è semplice, voi come ci riuscite?

<<Ringrazio molto mia madre perché ci ha supportato in tutto. Quando Anja era più piccola la portavo più spesso con me ma adesso che è cresciuta (a febbraio compirà cinque anni), ha le sue attività, fa danza e mi rendo conto che non può seguirmi. Dal primo giorno che ci siamo conosciuti io e mio marito siamo sempre in giro; se è libero, mi raggiunge perché non ha bisogno della sala prove come me, io sono sempre legata a qualche teatro, lui invece può studiare ovunque. Quando ci vediamo, siamo solo felici di stare insieme e ringraziamo Dio ogni volta; ci supportiamo, anche se le nostre professioni sono diverse ci capiamo benissimo.  Da quando l’ho conosciuto ho cominciato ad ascoltare la musica in modo differente, capisco meglio i suoni dell’orchestra; se prima erano importanti solo i tempi che dava il direttore, adesso mi accorgo se c’è qualcuno che suona male, o viceversa se un musicista esegue il pezzo molto bene, il mio movimento è diverso>>.

La maternità l’ha arricchita nella sua vita professionale?

<<Assolutamente sì, ha cambiato completamente tutte le prospettive, nella mia testa il mondo si è rovesciato, tutto gira intorno a lei. Gli artisti sono egoisti e quando ti nasce un bambino non t’importa più nulla, tutto il tuo essere cambia, ho cominciato a vedere i colori e a sentire le cose in modo diverso. E poi mi sono riposata per un anno…(ride)>>.

Pensa di dare un’educazione religiosa a sua figlia?

<<In Russia non abbiamo istituti religiosi, ci sono scuole domenicali presso le parrocchie ma comunque la educhiamo alla fede, nel timore di Dio, per noi è molto importante; sono cristiana ortodossa. Fin da quando è nata la portavamo con noi a fare la comunione, la fede nella nostra famiglia ha la priorità>>.

Fra tutti i personaggi che ha interpretato, ce n’è uno che ama particolarmente?

<<No!>>

A un certo punto della sua vita si è avvicinata anche alla politica, era ex deputata della Duma della Russia (la Camera bassa del Parlamento), cosa l’ha spinta a impegnarsi sul quel fronte?

<< E’ stato il comitato che si occupava della cultura a chiamarmi e in quel momento, per me, era molto interessante, volevo trovare qualcosa di nuovo, seguo sempre quello che succede nel mio paese >>.

E’ vero che quando viene a Milano le piace fare shopping?

<<Sì, perché quando sono a casa non ho tempo invece in tournée ho più occasioni. Giro per il centro, non prediligo un particolare stilista, quando trovo qualcosa che mi piace, lo compro, non sono legata a un marchio >>.

Che cos’è per lei la femminilità?

<<E’ difficile definirla con una parola, io mi sento femminile, ci sono tante componenti della femminilità, il fascino è una qualità naturale>>.

Il cinema è un’altra sua passione, sarebbe felice di affrontare il ruolo di attrice?

<<Si, è un mio sogno ma al momento non ho ancora avuto l’occasione>>.

Quale eredità ha lasciatoRudolf Nureyev all’Occidente e cosa invece in Russia dove il suo nome, per ragioni politiche dopo la fuga in Francia, è sempre stato quasi “innominabile”?

<<In primo luogo ha lasciato i suoi spettacoli oltre a quelli che ha ballato lui; ho danzato molte sue coreografie, anche qui alla Scala. Erano in pochi che potevano allestire balletti di tali proporzioni, aveva un gusto incredibile per le scenografie, voleva che il palcoscenico fosse bello. C’è stato molto rumore quando se n’è andato dalla Russia, è tornato una volta sola. Nel mio paese, le sue coreografie, ancora oggi, non si rappresentano. Io le ho danzate solo all’Opéra di Parigi e alla Scala>>.

Perfezionista, calma, molto equilibrata, romantica, eterea, brillante sul palco, a volte piuttosto distaccata ma non le capita mai di perdere il controllo e di arrabbiarsi un po’ “spudoratamente”?

<<Si certo, posso anche urlare. Succede di rado, in sala prove e, quando accade, mi meraviglio. Vuol dire che la situazione è veramente critica, In famiglia non litighiamo mai>>.

E’ uscito da poco il suo primo libro fotografico, realizzato in oltre due anni di lavoro, dal fotografo Pierluigi Abbondanza (Lime ed.); più di centocinquanta foto strepitose, con testi scritti da lei, in cui emerge l’essenza della sua grande personalità e arte. E’ felice del risultato?

<<Sì, molto. Pierluigi mi ha seguito per due anni in ogni teatro, ha fatto migliaia di foto e tra queste ne abbiamo scelte centocinquanta, non è stato facile. Ogni volta che mi faceva vedere le foto gli dicevo “no”, c’era sempre qualcosa che non era come avrei voluto, sono molto severa ma non perché lui non fosse bravo>>.

Alcune grandi étoiles, Sylvie Guillem, Alessandra Ferri si sono fatte immortalare nude da celebri fotografi, ne condivide la scelta?

<<E’ un loro diritto, ma io non mi farei mai fotografare nuda perché la mia religione non me lo permette e per un senso del pudore. Non ho visto le foto di cui mi parla e magari sono state fatte in maniera molto delicata, non mi piace giudicare. Di una cosa, comunque, sono certa: non l’ avrei mai fatto>>.

Il momento più cruciale della sua carriera?

<<Probabilmente quando ho lasciato il Teatro Marinskij per il Bolshoi, è stato un momento molto difficile della mia vita ma dovevo fare questa scelta perché sentivo il desiderio di sviluppare il mio repertorio, di volere qualcosa in più>>.

Un sogno o un progetto al quale non vorrebbe, per nessun motivo al mondo, rinunciare?

<<Mai dire mai, penso che si possa rinunciare a qualsiasi cosa, al lavoro o a un progetto>>.

(Pubblicato in StudiCattolici- Dicembre 2015)

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