La danza delle luci


La danza delle luci
Bob Wilson

In ricordo di Bob Wilson, regista, coreografo, performer, architetto, videoartista, uomo visionario che ha rivoluzionato con la sua impeccabile estetica il teatro inteso come opera d’arte totale, scomparso il 31 luglio, a New York, pubblico questa mia breve intervista del 1998 per “D Repubblica”, in occasione dei 70 anni della rivista Domus. Era una giornata autunnale di novembre, al Piccolo Teatro e ricordo l’attesa estenuante (si presentò due oro dopo l’orario fissato) e la sensazione che non avesse alcun desiderio di raccontarsi. Eppure l’algido inizio si trasformò piano piano in una gradevole conversazione.

Schivo, piuttosto introverso, autore di un teatro totale dove l’amore per il design e l’architettura, la danza e la recitazione, la musica e le arti figurative, trovano una loro espressione compiuta, Bob Wilson è il prototipo dell’uomo leonardiano di fine millennio. Eclettico e raffinato, è autore di spettacoli studiati in modo maniacale, celebri per i tagli di luce algidi, immobili, per i movimenti al rallenti, i gesti di inclinazione orientale, il coinvolgimento di artisti non professionisti, come un ragazzo sordomuto da lui adottato, e uno autistico. Texano, laureato a New York, Wilson lavora a Water Mill, Long Island, in un ex centro militare che ha acquistato cinque anni fa e che oggi è una fondazione gestita con artisti di tutto il mondo. Per celebrare i 70 anni di Domus, la rivista di architettura, design, arte e comunicazione fondata da Giò Ponti nel 1928, l’odierno direttore, lo svizzero François Burkhardt, ha scelto Wilson, che riprendendo il celebre titolo di ponti <<20 Angels of the facade>> ha creato 70 Angels on the facade-Domus 1928-1998, spettacolo in prima assoluta al Nuovo Piccolo Teatro di Milano (1-3 dicembre). In questa produzione non mancheranno gli oggetti griffati: lampade a forma di angelo realizzate da Fontana arte e una produzione in numero limitato di bicchieri con le ali di Murano.
Novanta minuti di spettacolo. Rispetto ad altri suoi lavori, di sette ore o sette giorni, piuttosto breve. Cosa significa per lei il tempo?
Non ha importanza quanto dura uno spettacolo, ho fatto lavori molto lunghi e altri, per la TV, di 30 secondi. Ciò che cambia sono le decisioni da prendere per la realizzazione.
Come sarà 70 Angels on the facade?
È diviso in nove parti: un prologo, sette atti che rappresentano ognuno 10 anni di storia della rivista e un epilogo.
Nel cast c’è Christopher, il ragazzo autistico con il quale collabora da parecchi0 tempo. Come è maturato il suo lavoro in questi anni?
C’è più concretezza nei suoi testi, una maggiore luce nella loro struttura.
Si può definirlo spettacolo di danza?
Tutte le cose che vedrete sono una sorta di danza, anche la più semplice attività è una forma di danza. Quello che chiedo ai miei attori e di essere sé stessi, di non recitare delle emozioni ma di entrare nelle situazioni, anche quelle più concrete, fatte di gesti comuni. Come, per esempio, pulire una casa.
I suoi prossimi progetti?
Parecchi, uno anche con Umberto Eco: si tratta di un lavoro sui temi di fine millennio.
Segue anche lei in questo momento, una corrente spirituale?
No, la spiritualità la colgo attraverso le arti.

(Pubblicata in D Repubblica – 28/11/1998)

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Bob Wilson

In ricordo di Bob Wilson, regista, coreografo, performer, architetto, videoartista, uomo visionario che ha rivoluzionato con la sua impeccabile estetica il teatro inteso come opera d’arte totale, scomparso il 31 luglio, a New York, pubblico questa mia breve intervista del 1998 per “D Repubblica”, in occasione dei 70 anni della rivista Domus. Era una giornata autunnale di novembre, al Piccolo Teatro e ricordo l’attesa estenuante (si presentò due oro dopo l’orario fissato) e la sensazione che non avesse alcun desiderio di raccontarsi. Eppure l’algido inizio si trasformò piano piano in una gradevole conversazione.

Schivo, piuttosto introverso, autore di un teatro totale dove l’amore per il design e l’architettura, la danza e la recitazione, la musica e le arti figurative, trovano una loro espressione compiuta, Bob Wilson è il prototipo dell’uomo leonardiano di fine millennio. Eclettico e raffinato, è autore di spettacoli studiati in modo maniacale, celebri per i tagli di luce algidi, immobili, per i movimenti al rallenti, i gesti di inclinazione orientale, il coinvolgimento di artisti non professionisti, come un ragazzo sordomuto da lui adottato, e uno autistico. Texano, laureato a New York, Wilson lavora a Water Mill, Long Island, in un ex centro militare che ha acquistato cinque anni fa e che oggi è una fondazione gestita con artisti di tutto il mondo. Per celebrare i 70 anni di Domus, la rivista di architettura, design, arte e comunicazione fondata da Giò Ponti nel 1928, l’odierno direttore, lo svizzero François Burkhardt, ha scelto Wilson, che riprendendo il celebre titolo di ponti <<20 Angels of the facade>> ha creato 70 Angels on the facade-Domus 1928-1998, spettacolo in prima assoluta al Nuovo Piccolo Teatro di Milano (1-3 dicembre). In questa produzione non mancheranno gli oggetti griffati: lampade a forma di angelo realizzate da Fontana arte e una produzione in numero limitato di bicchieri con le ali di Murano.
Novanta minuti di spettacolo. Rispetto ad altri suoi lavori, di sette ore o sette giorni, piuttosto breve. Cosa significa per lei il tempo?
Non ha importanza quanto dura uno spettacolo, ho fatto lavori molto lunghi e altri, per la TV, di 30 secondi. Ciò che cambia sono le decisioni da prendere per la realizzazione.
Come sarà 70 Angels on the facade?
È diviso in nove parti: un prologo, sette atti che rappresentano ognuno 10 anni di storia della rivista e un epilogo.
Nel cast c’è Christopher, il ragazzo autistico con il quale collabora da parecchi0 tempo. Come è maturato il suo lavoro in questi anni?
C’è più concretezza nei suoi testi, una maggiore luce nella loro struttura.
Si può definirlo spettacolo di danza?
Tutte le cose che vedrete sono una sorta di danza, anche la più semplice attività è una forma di danza. Quello che chiedo ai miei attori e di essere sé stessi, di non recitare delle emozioni ma di entrare nelle situazioni, anche quelle più concrete, fatte di gesti comuni. Come, per esempio, pulire una casa.
I suoi prossimi progetti?
Parecchi, uno anche con Umberto Eco: si tratta di un lavoro sui temi di fine millennio.
Segue anche lei in questo momento, una corrente spirituale?
No, la spiritualità la colgo attraverso le arti.

(Pubblicata in D Repubblica – 28/11/1998)

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