La mente, l’intimità, il rito: il trittico McGregor/Maillot/Naharin culmina con il pubblico in scena alla Scala


La mente, l’intimità, il rito: il trittico McGregor/Maillot/Naharin culmina con il pubblico in scena alla Scala
"Chrome" di Wayne McGregor ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

Tre debutti assoluti per il Teatro alla Scala che, in realtà, novità non sono: si tratta infatti di tre lavori già affermati, firmati da coreografi di fama internazionale. Il trittico contemporaneo McGregor/Maillot/Naharín ha debuttato il 18 marzo sul palcoscenico del Piermarini dove resterà in programma fino al 28, con una serata benefica il 31 marzo a favore della Fondazione Ospedale Niguarda, conquistando il pubblico e lasciando un segno indelebile anche per il suo finale non scontato. All’apertura del sipario, una luce bianca intensa, quasi accecante, investe la platea. In scena, l’étoile Nicoletta Manni e il marito Timofej Andrijashenko, in bodies color carne, interpretano Chroma del coreografo britannico Wayne McGregor. I loro corpi si distendono in allungamenti estremi, si spezzano in movimenti a scatto e si sviluppano in improvvise rotazioni del bacino, all’interno di uno spazio minimalista disegnato dall’architetto John Pawson, sui suggestivi arrangiamenti musicali, evocativi e cinematografici di Joby Talbot. Sul fondo della scena, dalla geometria perfetta di un grande rettangolo la cui tinta sfuma dal bianco al grigio ghiaccio, escono altre due coppie, tra cui gli affiatati Claudio Coviello e Agnese Di Clemente. Si configura una struttura architettonica senza tempo, capace di generare prospettive sempre diverse: un “non luogo” delimitato da un’alta parete laterale, incisa da una grande fenditura luminosa, valorizzata dalle luci sapienti di Lucy Carter. In questo spazio si sprigiona, attraverso la danza, un’energia fluttuante, avvolgente e viscerale. In un susseguirsi di soli, passi a due, terzetti, quartetti ed ensemble, i dieci ballerini scaligeri si distinguono per padronanza tecnica e naturale scioltezza: intrecci di braccia, profondi grand plié a terra, movimenti della testa e del bacino che si piegano come onde , improvvisi cambi di direzione costruiscono una partitura fisica dinamica e coinvolgente. Martina Arduino si esibisce prima in un assolo e poi accanto ad Agnese Di Clemente e Gioacchino Storace in un suggestivo e intrigante passo a tre. Frutto di un intenso dialogo di McGregor con la tecnologia e le neuroscienze  volto a indagare l’origine e gli effetti dell’atto creativo Chroma, creato per il Royal Ballet nel 2006, valse al coreografo la nomina a coreografo residente della compagnia e, l’anno successivo, il Laurence Olivier Award come Best New Dance Production.

Maria Celeste Losa Roberto Bolle ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

Il secondo pezzo, Dov’è la luna, del coreografo francese Jean-Christophe Maillot, è un lavoro particolarmente intimo del 1994, la prima sua creazione come direttore dei Ballets de Monte-Carlo. Ideata per sette danzatori, la coreografia ha visto in scena alla prima scaligera, anche un trasognato e delicato Roberto Bolle, accompagnato dalle poetiche, malinconiche e struggenti musiche, tra cui molti Preludi, del compositore russo Alexandr Skrjabin, eseguiti dal bravissimo Leonardo Pierdomenico. Un balletto di venti minuti, senza un vero inizio né una fine, “in transito” come ama definirlo Maillot, dedicato alla scomparsa del padre. Un delicato cammeo sospeso tra luci e ombre, reso con grande efficacia dalle scene e dai costumi del celebre Jérôme Kaplan. Le tute dei ballerini color seppia sono dipinte in modo da dividere il corpo in due metà, una scura e una chiara, per rappresentare i momenti bui e quelli invece luminosi dell’esistenza.  I corpi eleganti e sinuosi degli straordinari danzatori, danno vita a passi a due, a tre a momenti d’insieme delicati caratterizzati da slanci, carezze, sguardi, tocchi e fughe. Nicoletta Manni e Maria Celeste Losa, in forma smagliante, hanno danzato attimi di eterea e sinuosa leggerezza, alternati a passaggi più intensi e dinamici sulle tumultuose note pianistiche.

Minus 16 ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

La serata ha subìto una svolta già a partire dal secondo intervallo: un danzatore in giacca e pantaloni neri, con camicia bianca, ha iniziato a esibirsi in movimenti volutamente ironici, saltando da solo sul palcoscenico mentre la platea era ancora illuminata e gli spettatori rientravano per prendere posto. È stato il primo “avviso” che il coreografo israeliano, Ohad Naharin, mai approdato prima alla Scala, con il suo Minus 16, storico lavoro che debuttò nel 1999 per il Nederlands Dans Theater 2, avrebbe sorpreso anche il più tradizionale pubblico scaligero. Il sipario cala e si rialza. Ventitré ballerini, uomini e donne vestiti in modo identico, quasi replicanti del primo danzatore, si dispongono in semicerchio su sedie. Una voce sussurra: «Qual è la linea sottile che separa la follia dalla sanità? La stessa flebile barriera che separa la fatica dall’eleganza». Segue una delle composizioni più celebri di Naharin, Echad Mi Yodea (il cosiddetto “canto delle sedie”), dal ritmo ripetitivo. Uno dopo l’altro, i protagonisti si esibiscono con energia e creatività, seguendo le linee guida del metodo Gaga ideato dallo stesso Naharin, reso celebre anche dal docufilm di Tomer Heymann del 2015.Il vero colpo di scena arriva però quando i danzatori scendono tra il pubblico per invitare alcuni spettatori a salire sul palcoscenico e lasciarsi andare insieme a loro. Alla prima del 18 marzo, sono stati scelti coloro che indossavano abiti più vivaci, trasformando la scena in una sorta di balera contemporanea, tra discoteca e festa popolare, su una colonna sonora che spaziava da Dean Martin al mambo, dalla techno alle musiche tradizionali. Il risultato è un’esperienza emozionale e fisica unica, accessibile a tutti, che abbatte le distanze tra artisti e pubblico, uniti in un rituale collettivo di straordinaria potenza. Un’esplosione di energia positiva e gioiosa che lancia, senza mezzi termini, un messaggio al mondo intero, oggi martoriato dalle guerre: l’umanità può e deve essere anche felice. Un imperativo quasi kantiano, che supera ogni distinzione di cultura e di razza.

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La mente, l’intimità, il rito: il trittico McGregor/Maillot/Naharin culmina con il pubblico in scena alla Scala


La mente, l’intimità, il rito: il trittico McGregor/Maillot/Naharin culmina con il pubblico in scena alla Scala
"Chrome" di Wayne McGregor ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

Tre debutti assoluti per il Teatro alla Scala che, in realtà, novità non sono: si tratta infatti di tre lavori già affermati, firmati da coreografi di fama internazionale. Il trittico contemporaneo McGregor/Maillot/Naharín ha debuttato il 18 marzo sul palcoscenico del Piermarini dove resterà in programma fino al 28, con una serata benefica il 31 marzo a favore della Fondazione Ospedale Niguarda, conquistando il pubblico e lasciando un segno indelebile anche per il suo finale non scontato. All’apertura del sipario, una luce bianca intensa, quasi accecante, investe la platea. In scena, l’étoile Nicoletta Manni e il marito Timofej Andrijashenko, in bodies color carne, interpretano Chroma del coreografo britannico Wayne McGregor. I loro corpi si distendono in allungamenti estremi, si spezzano in movimenti a scatto e si sviluppano in improvvise rotazioni del bacino, all’interno di uno spazio minimalista disegnato dall’architetto John Pawson, sui suggestivi arrangiamenti musicali, evocativi e cinematografici di Joby Talbot. Sul fondo della scena, dalla geometria perfetta di un grande rettangolo la cui tinta sfuma dal bianco al grigio ghiaccio, escono altre due coppie, tra cui gli affiatati Claudio Coviello e Agnese Di Clemente. Si configura una struttura architettonica senza tempo, capace di generare prospettive sempre diverse: un “non luogo” delimitato da un’alta parete laterale, incisa da una grande fenditura luminosa, valorizzata dalle luci sapienti di Lucy Carter. In questo spazio si sprigiona, attraverso la danza, un’energia fluttuante, avvolgente e viscerale. In un susseguirsi di soli, passi a due, terzetti, quartetti ed ensemble, i dieci ballerini scaligeri si distinguono per padronanza tecnica e naturale scioltezza: intrecci di braccia, profondi grand plié a terra, movimenti della testa e del bacino che si piegano come onde , improvvisi cambi di direzione costruiscono una partitura fisica dinamica e coinvolgente. Martina Arduino si esibisce prima in un assolo e poi accanto ad Agnese Di Clemente e Gioacchino Storace in un suggestivo e intrigante passo a tre. Frutto di un intenso dialogo di McGregor con la tecnologia e le neuroscienze  volto a indagare l’origine e gli effetti dell’atto creativo Chroma, creato per il Royal Ballet nel 2006, valse al coreografo la nomina a coreografo residente della compagnia e, l’anno successivo, il Laurence Olivier Award come Best New Dance Production.

Maria Celeste Losa Roberto Bolle ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

Il secondo pezzo, Dov’è la luna, del coreografo francese Jean-Christophe Maillot, è un lavoro particolarmente intimo del 1994, la prima sua creazione come direttore dei Ballets de Monte-Carlo. Ideata per sette danzatori, la coreografia ha visto in scena alla prima scaligera, anche un trasognato e delicato Roberto Bolle, accompagnato dalle poetiche, malinconiche e struggenti musiche, tra cui molti Preludi, del compositore russo Alexandr Skrjabin, eseguiti dal bravissimo Leonardo Pierdomenico. Un balletto di venti minuti, senza un vero inizio né una fine, “in transito” come ama definirlo Maillot, dedicato alla scomparsa del padre. Un delicato cammeo sospeso tra luci e ombre, reso con grande efficacia dalle scene e dai costumi del celebre Jérôme Kaplan. Le tute dei ballerini color seppia sono dipinte in modo da dividere il corpo in due metà, una scura e una chiara, per rappresentare i momenti bui e quelli invece luminosi dell’esistenza.  I corpi eleganti e sinuosi degli straordinari danzatori, danno vita a passi a due, a tre a momenti d’insieme delicati caratterizzati da slanci, carezze, sguardi, tocchi e fughe. Nicoletta Manni e Maria Celeste Losa, in forma smagliante, hanno danzato attimi di eterea e sinuosa leggerezza, alternati a passaggi più intensi e dinamici sulle tumultuose note pianistiche.

Minus 16 ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

La serata ha subìto una svolta già a partire dal secondo intervallo: un danzatore in giacca e pantaloni neri, con camicia bianca, ha iniziato a esibirsi in movimenti volutamente ironici, saltando da solo sul palcoscenico mentre la platea era ancora illuminata e gli spettatori rientravano per prendere posto. È stato il primo “avviso” che il coreografo israeliano, Ohad Naharin, mai approdato prima alla Scala, con il suo Minus 16, storico lavoro che debuttò nel 1999 per il Nederlands Dans Theater 2, avrebbe sorpreso anche il più tradizionale pubblico scaligero. Il sipario cala e si rialza. Ventitré ballerini, uomini e donne vestiti in modo identico, quasi replicanti del primo danzatore, si dispongono in semicerchio su sedie. Una voce sussurra: «Qual è la linea sottile che separa la follia dalla sanità? La stessa flebile barriera che separa la fatica dall’eleganza». Segue una delle composizioni più celebri di Naharin, Echad Mi Yodea (il cosiddetto “canto delle sedie”), dal ritmo ripetitivo. Uno dopo l’altro, i protagonisti si esibiscono con energia e creatività, seguendo le linee guida del metodo Gaga ideato dallo stesso Naharin, reso celebre anche dal docufilm di Tomer Heymann del 2015.Il vero colpo di scena arriva però quando i danzatori scendono tra il pubblico per invitare alcuni spettatori a salire sul palcoscenico e lasciarsi andare insieme a loro. Alla prima del 18 marzo, sono stati scelti coloro che indossavano abiti più vivaci, trasformando la scena in una sorta di balera contemporanea, tra discoteca e festa popolare, su una colonna sonora che spaziava da Dean Martin al mambo, dalla techno alle musiche tradizionali. Il risultato è un’esperienza emozionale e fisica unica, accessibile a tutti, che abbatte le distanze tra artisti e pubblico, uniti in un rituale collettivo di straordinaria potenza. Un’esplosione di energia positiva e gioiosa che lancia, senza mezzi termini, un messaggio al mondo intero, oggi martoriato dalle guerre: l’umanità può e deve essere anche felice. Un imperativo quasi kantiano, che supera ogni distinzione di cultura e di razza.

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