L’Inquieta (Libertà) affascina la platea di MilanOltre


L’Inquieta (Libertà) affascina la platea di MilanOltre
L'inquieta (libertà) di Salvatore Romania e Laura Odierna

Un corpo e un sacco da pugile dalle parvenze umane che sembra uscito da un quadro di De Chirico, due musicisti in abiti neri con occhiali scuri, una grande arpa e un quadrato reticolato, sono questi i protagonisti e gli elementi scenici dello spettacolo L’Inquieta (Libertà) del danzatore e coreografo Salvatore Romania, performer storico della compagnia Zappalà (premiato da Ismael Ivo alla Biennale di Venezia per Ma-shalai) in scena ieri, in prima nazionale, a MilanOltre. Un lavoro bellissimo e intenso, nella sezione solistica Affollate Solitudini del Festival, nato a quattro mani con Laura Odierna, un corpo che si cala nelle più profonde emozioni per stanare quella più terribile, la paura, per guardarla in faccia con coraggio e cercare di estirparla attraverso movimenti ampi carichi di significati che richiamano, a tratti, quelli delle arti marziali. Paura di morire ma anche di perdere la libertà di esprimersi con un corpo sacrificato dentro una gabbia dalla quale si cerca un’impossibile fuga perché, il solo modo per sopravvivere, è guardare dentro se stessi per cercare la propria sorgente vitale. Un miracolo che accade quando il protagonista, in pantaloni larghi, a torso nudo, s’impasticcia il viso con righe nere e si abbandona, finalmente, a una danza tribale, carica di energia e luce. E’ il momento più gioioso di quest’assolo intimista, drammatico e poetico, che tocca senza mezzi termini il tema della pandemia, gli strascichi di uno schock non ancora metabolizzato, in cui il pubblico è invitato a seguire il contagioso ritmo delle percussioni per lasciarsi andare a un flusso di energia che diffonde benessere. Una svolta possibile ma che necessita ancora di una spinta ulteriore per non ricadere nelle paure. Un corpo liberato ma ancora fragile. Accompagnato magnificamente dal sax e flauto di Carlo Cattano e dalle percussioni di Antonio Moncada, il protagonista danza a piedi nudi con i propri demoni e fragilità, si confronta con il suo io bambino, sperso, angosciato, terrorizzato identificato con quel manichino che, inerme, si lascia abbattere, spronare e cullare in un finale toccante e poetico. Il corpo adulto che abbraccia la parte piccola, vulnerabile, fragile bisognosa di carezze in una struggente ninna nanna. Un corpo in cui ci siamo ritrovati un po’ tutti, accompagnati dalle calde luci di Francesco Noè.

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Un corpo e un sacco da pugile dalle parvenze umane che sembra uscito da un quadro di De Chirico, due musicisti in abiti neri con occhiali scuri, una grande arpa e un quadrato reticolato, sono questi i protagonisti e gli elementi scenici dello spettacolo L’Inquieta (Libertà) del danzatore e coreografo Salvatore Romania, performer storico della compagnia Zappalà (premiato da Ismael Ivo alla Biennale di Venezia per Ma-shalai) in scena ieri, in prima nazionale, a MilanOltre. Un lavoro bellissimo e intenso, nella sezione solistica Affollate Solitudini del Festival, nato a quattro mani con Laura Odierna, un corpo che si cala nelle più profonde emozioni per stanare quella più terribile, la paura, per guardarla in faccia con coraggio e cercare di estirparla attraverso movimenti ampi carichi di significati che richiamano, a tratti, quelli delle arti marziali. Paura di morire ma anche di perdere la libertà di esprimersi con un corpo sacrificato dentro una gabbia dalla quale si cerca un’impossibile fuga perché, il solo modo per sopravvivere, è guardare dentro se stessi per cercare la propria sorgente vitale. Un miracolo che accade quando il protagonista, in pantaloni larghi, a torso nudo, s’impasticcia il viso con righe nere e si abbandona, finalmente, a una danza tribale, carica di energia e luce. E’ il momento più gioioso di quest’assolo intimista, drammatico e poetico, che tocca senza mezzi termini il tema della pandemia, gli strascichi di uno schock non ancora metabolizzato, in cui il pubblico è invitato a seguire il contagioso ritmo delle percussioni per lasciarsi andare a un flusso di energia che diffonde benessere. Una svolta possibile ma che necessita ancora di una spinta ulteriore per non ricadere nelle paure. Un corpo liberato ma ancora fragile. Accompagnato magnificamente dal sax e flauto di Carlo Cattano e dalle percussioni di Antonio Moncada, il protagonista danza a piedi nudi con i propri demoni e fragilità, si confronta con il suo io bambino, sperso, angosciato, terrorizzato identificato con quel manichino che, inerme, si lascia abbattere, spronare e cullare in un finale toccante e poetico. Il corpo adulto che abbraccia la parte piccola, vulnerabile, fragile bisognosa di carezze in una struggente ninna nanna. Un corpo in cui ci siamo ritrovati un po’ tutti, accompagnati dalle calde luci di Francesco Noè.

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