Mirage, un’umanità sospesa tra dune e acqua
Un uomo solo appare in alto su un piano inclinato, avanza lentamente. Sullo sfondo, un’alba dalle tinte rosate. A poco a poco emergono altri danzatori che, accompagnati dai suoni minimalisti di Thomas Bangalter, si spargono piano piano sul pavimento. È un’umanità evanescente e sospesa, immersa in un colore scuro monocromatico, scolpito dalle luci create da Yukiko Yoshimoto, che alterna movimenti controllati e pose fino a quando si ricongiunge in un cerchio. La luce calda, a cono, li illumina mentre uniscono le braccia e ruotano i capi con movimenti ondulatori: l’effetto è quello di un unico organismo vivente. Mirage, lo spettacolo firmato dal coreografo belga Damien Jalet in collaborazione con lo scultore giapponese Kohei Nawa, che ha debuttato il 6 maggio a Ginevra, è approdato ieri sera, con grande successo, al LAC di Lugano (replica stasera ore 20). Platea al completo, con il pubblico che ha accolto i diciotto danzatori del Ballet du Grand Théâtre de Genève, diretto da Sidi Larbi Cherkaoui, con calorosi applausi e ovazioni.Un’esperienza sensoriale immersiva in crescendo che parte da un inizio cupo e monocromatico: un deserto simbolico dell’anima, dove il tempo sembra sospeso, in un mondo di viventi vestiti dal costumista Kunihiko Morinaga con abiti da strada e stivaletti dalle tinte metalliche, alla Blade Runner, spinti da una marea di fumi bianchi che li avvolge e li muove verso il basso, trasformando l’onda in una duna d’acqua. Solo uno riesce a risalire, controcorrente, la china. Ognuno trova poi un proprio spazio esistenziale: sei danzatori appaiono, illuminati ciascuno da un cono di luce da cui scende, a cascata dall’alto, un pulviscolo scintillante che ricopre i corpi imbrattati di argilla. Ai singoli si aggiungono prima uno e poi un altro danzatore, e i tre insieme si fondono in movimenti fluidi e plastici; le braccia si mescolano, gambe e busti scivolano uno dentro e sopra l’altro in moti perpetui, avvolti da luci iridescenti. L’effetto è davvero stupefacente, grazie all’utilizzo di una tecnologia avanzata ma anche alla matericità delle sostanze impiegate, in primis l’argilla, che si mescola ai pulviscoli scintillanti regalando il mistero dell’effetto ottico della Fata Morgana, una forma di miraggio superiore a cui i due artisti si sono ispirati dopo averlo scorto: Jalet la prima volta in Bretagna, poi insieme in Giappone. Dalla desolazione del deserto si giunge alla rinascita spirituale, visiva, vegetale e animale. Una donna dalla pelle dorata, con le gambe incrociate, assume la posizione di un Buddha, rievocando le suggestioni di un monastero a Kyoto. I danzatori, sul finire dei sessanta minuti di spettacolo, si dispongono in una lunga fila verticale, come un lungo insetto dalle numerose zampe che si muove su un pianeta misterioso. I confini si perdono, ma resta un mondo vitale in movimento, fatto di uomini-insetti pronti a ridefinirsi e a spaziare in un divenire ancora tutto da scoprire e decifrare.