Nella terra di nessuno: “Holy Shift” e l’umanità sospesa di Astolfi
Holy Shift, il nuovo lavoro, in prima nazionale, del coreografo Mauro Astolfi e secondo pezzo della serata inaugurale della 39ª edizione di MILANoLTRE Festival, è una creazione toccante e poetica. Con i magnifici danzatori di Spellbound Contemporary Ballet, si cala pienamente nell’incertezza e nell’inquietudine del nostro tempo presente. La scena si apre con due uomini in tute da meccanici, avvolti da fumi grigi. Scrutano lo spazio, trascinano i corpi sul pavimento, si sfiorano, lanciano le gambe nel vuoto; le braccia si intrecciano per poi respingersi, dentro fasci di luce rigorosi e stranieri, quasi cinematografici, curati con grande efficacia da Marco Policastro. A poco a poco entrano in scena due donne, poi gli altri interpreti, tutti in tute da lavoro. I movimenti fluidi si alternano a passaggi più sincopati, accompagnati dai suoni elettronici creati dal sound designer e danzatore Davidson Jaconello (già collaboratore di Netherlands Dance Theater 2, Korzo Theater, Alberta Ballet). I corpi danzano in un’atmosfera rarefatta: un’umanità sospesa in una terra di nessuno, figure fragili e solitarie alla ricerca di relazioni, contatti, senso.Le mani si stringono in pugni che sembrano colpire, per poi sciogliersi in abbracci confusi. C’è grande struggimento e molta poesia in questo bellissimo lavoro di Astolfi, uno dei coreografi italiani contemporanei più interessanti e in continua evoluzione, da anni anche impegnato in un’intensa attività didattica. Un elogio speciale va ai suoi straordinari danzatori della compagnia Spellbound Contemporary Ballet, fondata nel 1994 e da lui diretta insieme a Valentina Marini. Con la stessa scioltezza e una maggiore leggerezza d’animo, si erano già esibiti nel primo pezzo della serata: Forma Mentis, creazione del 2024 di Jacopo Godani (direttore della Dresden Frankfurt Dance Company), nata in occasione delle celebrazioni per il trentennale della compagnia. Con Holy Shift, Astolfi conduce il pubblico in un mondo di incertezza, in quel caos generativo evocato da Friedrich Nietzsche nella celebre frase: “Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante. ”Un disordine che spinge a muoversi, a entrare nella sfera dell’altro, ma anche a fermarsi, ad affrontare il vuoto. Per imparare a restare sospesi nell’incertezza, serve coraggio. Uno dei danzatori, forse, alla fine lo trova: esce dal gruppo, sparisce. Oppure no. Forse fugge. Il disorientamento tocca anche noi, pubblico. Non siamo esenti: lo viviamo, lo abbracciamo. Gli applausi, irrefrenabili, invadono la platea e gli artisti. Ci siamo tutti dentro, smarriti e felici.