“Preludi d’Autunno” a Pavia con “Elegie”: il ricordo che danza, il presente che sfugge, il futuro che nasce
Continua a sorprendere il pubblico, il Teatro Fraschini, a Pavia, con questo meraviglioso “castone” di danza classica, all’interno della rassegna di musica sinfonica “Preludi d’Autunno”, creato dal coreografo Oliviero Bifulco, diplomato nel 2014 alla Scala, perfezionatosi al San Francisco Ballet, già ballerino dell’Opéra National de Bordeaux e, dal 2021,creatore free lance di grande sensibilità e successo. Il quarto appuntamento, che si terrà il 24 settembre alle ore 21, intitolato Elegie, tenterà di stimolare nello spettatore senso di meraviglia legato al gesto, unitamente a profonda riflessione sul senso di un tempo sospeso tra memoria del perduto, tensione verso la rinascita e sforzo di comprensione del presente sempre più difficile da interpretare. Esattamente come il tempo che purtroppo oggi noi stiamo vivendo. Čajkovskij apre l’appuntamento con Serenata per Archi, Strauss lo chiude con Metamorphosen. Uno spettacolo dal valore doppio perché in grado di appassionare gli amanti dell’arte coreutica così come quelli della musica classica. L’orchestra è l’Accademia d’Archi Gian Giacomo Arrigoni, il solista è Danilo Rossi. <<L’inno alla rinascita della Serenade – commenta Oliviero Bifulco, coreografo di Elegie e consulente artistico del Teatro Fraschini- sembra porsi in dialogo con la tragica profondità di Metamorphosen: due poli dell’esperienza umana, la meraviglia dell’adolescenza e il peso dell’essere adulti. La memoria, anche nel mio sguardo coreografico, ho voluto rimanesse centrale. La memoria del sentire in maniera così vivida, in Serenade, è affidata alla giovinezza del mondo femminile, una dimensione ideale di cui ho provato a esplorarne la bellezza, grazie alla filigrana di una tessitura musicale che, dietro l’apparente dolcezza e leggerezza, cela un’intensità emotiva straordinaria. Sono sempre affascinato dalle relazioni umane e da come, dalla semplicità assoluta, possano nascere sviluppi inattesi. In scena, gesti quotidiani si trasformano in rituali: semplici eppure profondi, capaci di sprigionare poesia assoluta. Cogliere le sfumature di questo universo è complesso e allo stesso tempo immediato: i rituali che accompagnano queste giovani interpreti diventano simbolo di una ricerca interiore, e ogni emozione, nella giovane età, appare più intensa, più difficile da contenere, come se ogni scoperta bruciasse di urgenza e di vita. Ne nasce un mosaico di contrasti, di fragilità e di fame di vita, in cui l’eterogeneità dei movimenti incontra un racconto quasi circolare, di rinascita costante. Ho cercato di innamorarmi di ogni artista in scena, cogliendo quello sguardo che sa vedere ogni piccolo dettaglio>>.

Oliviero Bifulco
Nel secondo pezzo, la tenacia dell’umanità e della speranza prende vita in una terra desolata che accompagna visivamente le Metamorphosen di Richard Strauss. Questo concerto, scritto in un periodo di grande sofferenza, è spesso interpretato come una dichiarazione di lutto per la distruzione della Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare per il devastante bombardamento di Monaco. <<Il pezzo musicale più difficile sul quale abbia mai lavorato- scrive Bifulco su Instagram- che Strauss compose nel 1945, mentre la guerra cancellava città e teatri: una musica che porta dentro di sé distruzione e la speranza fragile di un dopo. Una terra desolata , un andare avanti quasi automatico, fiori bianchi sparsi sul cammino. Cappotti e guanti come armatura per non sentire. E poi, un’anima che vuole proteggere la parte fragile e preziosa rimasta del mondo, ma che per farlo deve portare con sé il suo dolore. Forse l’unica risposta, in questo caos che ci circonda oggi, non è la consolazione ma la ricerca instancabile: approfondire, resistere, continuare a custodire la memoria. In attesa che la guerra, che da troppo tempo accompagna il nostro mondo, lasci finalmente spazio a un po’ di luce>>. Tra le parole che hanno guidato il suo lavoro, quelle di Hannah Arendt: “Il più radicale dei mali è quello che non si riconosce come male”. La densità dell’intento coreografico traduce in gesti la polarità formale della scrittura musicale: i due compositori, Čajkovskij e Strauss, dialogano a distanza in modo speculare. Čajkovskij evoca il classicismo e Strauss reinventa il contrappunto antico. Čajkovskij compone la Serenata al ritorno da un viaggio parigino, in una Russia percorsa da fermenti politici, vivendo una sorta di esilio interiore sospeso tra nostalgia e attesa. Dal primo movimento di equilibrio mozartiano al Valzer che alterna malinconia e consolazione, dall’Élégie struggente alle melodie popolari russe del Finale, il percorso si compie come un inno collettivo di rinascita. Strauss compone Metamorphosen nel 1945 in memoriam della Germania culturale distrutta. L’opera si dispiega in quattro sezioni senza soluzione di continuità, nelle quali ventitré voci strumentali dialogano polifonicamente in un mutamento ininterrotto che egli stesso definì corteo di ombre. Tra esse appare evidente il fantasma della Marcia Funebre dell’Eroica, simbolo della grandezza perduta.Le danzatrici protagoniste dello spettacolo sono: Patricia Ansa, Anna Bruno Antonello, Chiara Colombo, Oona Delaye Suner, Sara Luisi, Jennifer Mauri, Cecilia Napoli, Francesca Raballo, Arianna Reggio, Gaia Triacca; la compagnia è Eko Dance Project diretta da Pompea Santoro; il light designer è Oscar Frosio.