Quattro debutti tra identità e resistenza al Fog Performing Arts
Proseguono gli appuntamenti con Fog Performing Arts Festival dal 4 al 11 marzo con quattro debutti da non perdere. Il 4 e 5 in Galleria Triennale Milano, Genny Petrotta, artista arbëreshë con base a Palermo, presenta l’installazione video, performance Brinjë më Brinjë,“da costola a costola”. Ispirato al monologo di Amleto, nella versione di Amelia Rosselli e nella traduzione albanese di Ledia Dushi, che orienta una partitura di immagini e movimento affidata in scena alla danzatrice e coreografa Cristina Rizzo e in video a Gloria Dorliguzzo, con musiche di Angelo Sicurel. Il 5 marzo al PAC Padiglione d’Arte Contemporanea Op. 22 No. 2 è un assolo del coreografo Alessandro Sciarroni, Leone d’Oro alla carriera alla Biennale Danza di Venezia e già Artista Associato di Triennale Milano Teatro, creato per la danzatrice Marta Ciappina. L’opera è ispirata al poema sinfonico del compositore finlandese Jean Sibelius, Il cigno di Tuonela, a sua volta basato sul poema epico Kalevala della mitologia finlandese. A partire da sequenze auto biografiche di Ciappina, che nascono da una definita stratificazione di gesti e movimenti del suo percorso di interprete, nasce un lavoro sull’amicizia necessaria in ogni processo di composizione, che si riflette in un emozionante dialogo tra performer e spettatori. Due prime italiane gli ultimi due appuntamenti: l’8 marzo, in Triennale Milano Teatro A Forbidden Distance che mette per la prima volta insieme gli irano-canadesi Mohammad e Mehdi Mehrabani-Yeganeh (Saint Abdullah) il musicista irlandese Ian McDonnell (Eomac) e la filmmaker italo-australiana Rebecca Salvadori. Una performance audiovisiva che esplora il legame tra identità e migrazione, un progetto che è esso stesso una testimonianza del superamento dei confini, grazie alla collaborazione tra artisti di origini e culture diverse. Il coreografo e danzatore libanese Ali Chahrour presenta, l’11 marzo, in prima italiana, When I Saw the Sea, una performance che celebra le lotte e la resilienza delle lavoratrici domestiche migranti in Libano, trasformando la memoria in un canto di resistenza. Un lavoro che da voce alle donne intrappolate nel sistema della Kafala, un regime di “sponsorizzazione” che lega il permesso di soggiorno al datore di lavoro, negando diritti, tutele e libertà, tra sfruttamento e violenze. In scena, tre interpreti raccontano le proprie storie e quelle di molte altre donne, in bilico tra una terra in fiamme e il Mar Mediterraneo, unico orizzonte di libertà.