Rihoko Sato racconta il suo “Traces”, il 6 settembre, al Festival Oriente Occidente con il trittico “Dreamers” di Aterballetto


Rihoko Sato racconta il suo “Traces”, il 6 settembre, al Festival Oriente Occidente con il trittico “Dreamers” di Aterballetto
Rihoko Sato foto di Ryo Ohwada

L’abbiamo ammirata e applaudita l’ottobre scorso a Milano, mentre danzava l’assolo She di Saburo Teshigawara, alla Triennale Teatro dell’Arte (leggi mia recensione) rapiti dalla sua gestualità profonda, toccante, magnetica e ora attendiamo, con curiosità, il debutto della sua prima creazione, Traces, in scena al Festival Oriente Occidente a Rovereto il 6 settembre (ore 20.30), interpretata da otto danzatori di Aterballetto. Sto parlando della giapponese Rihoko Sato, musa e assistente del gigante della coreografia nipponica, Teshigawara e che presenta questa sua creazione all’interno del trittico Dreamers, prodotto dalla Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto (in coproduzione con Festival Oriente Occidente, Les Halles de Schaerbeek e Malraux scène nationale Chambéry Savoie)  con altre due coreografie: cloudmateria di Philippe Kratz e Secus di Ohad Naharin. In scena nel 2020 anche al Teatro Valli a Reggio Emilia l’11 gennaio, al Teatro Piccinni a Bari il 29 febbraio e al Teatro Bonci a Cesena il 20 marzo.  Le ho rivolto alcune domande perché ci anticipasse e svelasse qualche segreto di questo suo nuovo lavoro.
C’è molta attesa per il debutto di Traces con otto danzatori di Aterballetto, da lei selezionati; è la prima volta che si misura con una sua creazione oppure si era già calata nel ruolo di coreografa?
“L’anno scorso è stato l’inizio per me come coreografa. Ho prodotto un solo con musicisti dal vivo sul “Vespro della Beata Vergine” di Monteverdi per il “Berlioz Festival”, nel sud della Francia. Quest’anno, ho appena creato, a Tokyo, un solo di un’ora per me, intitolato “Izumi” che ho interpretato anche a Parigi. Traces è la mia prima coreografia per un gruppo di danzatori”.
Con quale criterio ha scelto i danzatori?
“Scelgo quelli che sono aperti a cose sconosciute, onesti e umili. Penso che questi sono elementi importanti per un danzatore, che poi si esprime con il corpo e il movimento. È necessario misurare sé stessi con l’esterno, essere capaci di condividere. C’è bisogno di forza per essere in grado di accettare”.
Come è nato il pezzo, ispirata dalla musica, dai pensieri oppure ha coinvolto anche i danzatori con le loro storie di vita?
“Tutto è cominciato da un’ispirazione della musica dopo aver incontrato, lo scorso anno, i ballerini e aver lavorato con loro per tre giorni. Ho potuto immaginarli respirare insieme e condividere qualcosa di prezioso attraverso quella musica. Venire a Reggio Emilia mi ha fatto uscire dalla mia solita vita, pensare alle cose come effettivamente le sento, oggettivamente e questa è una buona opportunità per la creazione.”
Mi può raccontare qualcosa di più di Traces?
“E’ un pezzo sul tempo e su come lascia tracce dentro e fuori di noi; in che modo ci muoviamo nella nostra vita con loro. Dentro di noi abbiamo tracce di tempo che sono le memorie e i sentimenti che non si possono dimenticare, con i quali conviviamo. Fuori, quasi tutto ciò che vediamo, è ciò che rimane del passato. Anche se non ci apparteneva, si può provare simpatia con le cose, come libri, edifici, la natura…Per esempio, in Traces, ci sono delle sedie sulla scena, perché quando vedo delle sedie, immagino sempre persone che erano sedute lì prima, anche se non le conosco. Sento l’esistenza dell’assenza. Una sedia vuota rappresenta persone e il passato. Credo che siamo nati per simpatizzare anche con cose che non conosciamo bene. Per guardare e andare avanti dobbiamo accettare il passato e ciò che ci portiamo addosso. Parliamo di fantasmi e angeli, ma non è solo una fantasia o un’immaginazione. Qualcosa che non esiste ora, o che non è visibile con una forma, può essere reale per noi. Abbiamo bisogno di loro per amare il presente nei nostri modi unici”.
Per quanto riguarda la musica, è vero che è partita da brani musicali barocchi tedeschi per poi avventurarsi in un collage?
“Sì, per primo ho deciso di usare come pezzo principale “Passacaglia” di Heinrich Ignaz Franz von Biber (lui è austriaco), un solo di violino che mi sembrava il flusso della vita di una donna che cercava di avanzare nel passato. Così ho creato un collage musicale intorno a questo con mie composizioni e un altro pezzo di Dietrich Buxtehude. Parlando di Traces ho una figura femminile, Ina Lesnakowski, tedesca, nel ruolo principale con la quale io o il pubblico, possiamo simpatizzare e condividere l’esperienza”.
Nel suo modo di creare, quanto ha influito il suo lavoro con Saburo Teshigawara e in generale la sua cultura giapponese?
“Per quanto riguarda Saburo Teshigawara, sono stata coinvolta da vicino nelle sue creazioni per oltre vent’anni, così ho imparato molto da lui. Come osservare le cose, come pensare a ciò che si vuole e prendere decisioni, come lavorare con i corpi dei danzatori. Circa la cultura giapponese, non è per niente nella mia mente, i ballerini, la musica e tutto ciò con cui sto lavorando non ha niente a che vedere con il Giappone. Ma certamente c’è un’infuenza dentro di me come persona perché questa cultura mi ha circondato tutta la vita. Mi vedo più vicino a una cultura giapponese più tradizionale piuttosto che al presente”.
Si ritrova di più nel ruolo di danzatrice o di coreografa?
“Mi sento sempre una danzatrice anche quando sto coreografando, perciò capisco la fisicità dei ballerini molto bene. C’è qualcosa di più nella coreografia che sto scoprendo ora e che trovo molto divertente”
Sta programmando altre creazioni?
“Si, voglio continuare a creare nuovi pezzi, ho dei progetti per un nuovo solo e anche per un altro pezzo di gruppo”
Cosa vuole trasmettere ai danzatori?
“Sentire e conoscere i loro corpi, essere aperti. A volte i ballerini hanno paura a lasciarsi andare o mostrare che sono deboli o fragili ma credo che saper lasciarsi andare è molto importante”.
Lei unisce lievità e poesia al rigore e all’energia, cos’è per lei la bellezza?
“Una forma di vita. Qualcosa che non dura per sempre, che è sempre in movimento, che si muove, svanisce e riappare. Perciò lo desidero e lo desidero”.
Ha scritto: “Il presente dura soltanto quel secondo che non finisce mai” nel senso che nel presente si coglie l’infinito?
“È l’unico infinito che conosceremo mai. Quindi lo afferro ogni momento in cui posso sentirmi vicino. Non siamo mai soddisfatti finché siamo vivi. Anche se non so come sarà dopo la vita …”
Esiste, per lei, una dimensione trascendente?
“Non seguo una religione specifica e non credo al misticismo o a qualcosa di psichico ma sono incantata dal mistero della vita. Il mistero è tutto intorno a noi e necessario per le nostre vite. Se si potesse spiegare ogni cosa e conoscere tutto, la vita sarebbe così noiosa, senza bellezza e incanto”.
Si è formata come ginnasta e ha vissuto negli Stati Uniti fino a 15 anni, che cosa le è rimasto di quest’educazione?
“Ho scoperto che non ero una brava ginnasta perché non avevo muscoli forti e che non mi piace la competizione o lo sport ma solo muovermi con la musica o sentire con il mio corpo. Così questo è stato l’inizio per poi guardare verso la danza molto più tardi nella mia vita, anche quando non sapevo nemmeno cosa fosse la danza”.
Il suo Tracers fa parte del trittico Dreamers, che relazione ha con gli altri due coreografi: Philippe Kratz e Ohad Naharin?
“Philippe Kratz è uno dei ballerini in Traces, così lo conosco molto bene; ha una parte essenziale nel mio pezzo. Oahd Naharin non lo conosco di persona”
Cosa si aspetta ancora dalla danza?
“Che continui a guidarmi verso l’ignoto e la bellezza ancora da scoprire, per farmi respirare e trovare parole per cose per le quali non ho parole”.

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Rihoko Sato racconta il suo “Traces”, il 6 settembre, al Festival Oriente Occidente con il trittico “Dreamers” di Aterballetto


Rihoko Sato racconta il suo “Traces”, il 6 settembre, al Festival Oriente Occidente con il trittico “Dreamers” di Aterballetto
Rihoko Sato foto di Ryo Ohwada

L’abbiamo ammirata e applaudita l’ottobre scorso a Milano, mentre danzava l’assolo She di Saburo Teshigawara, alla Triennale Teatro dell’Arte (leggi mia recensione) rapiti dalla sua gestualità profonda, toccante, magnetica e ora attendiamo, con curiosità, il debutto della sua prima creazione, Traces, in scena al Festival Oriente Occidente a Rovereto il 6 settembre (ore 20.30), interpretata da otto danzatori di Aterballetto. Sto parlando della giapponese Rihoko Sato, musa e assistente del gigante della coreografia nipponica, Teshigawara e che presenta questa sua creazione all’interno del trittico Dreamers, prodotto dalla Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto (in coproduzione con Festival Oriente Occidente, Les Halles de Schaerbeek e Malraux scène nationale Chambéry Savoie)  con altre due coreografie: cloudmateria di Philippe Kratz e Secus di Ohad Naharin. In scena nel 2020 anche al Teatro Valli a Reggio Emilia l’11 gennaio, al Teatro Piccinni a Bari il 29 febbraio e al Teatro Bonci a Cesena il 20 marzo.  Le ho rivolto alcune domande perché ci anticipasse e svelasse qualche segreto di questo suo nuovo lavoro.
C’è molta attesa per il debutto di Traces con otto danzatori di Aterballetto, da lei selezionati; è la prima volta che si misura con una sua creazione oppure si era già calata nel ruolo di coreografa?
“L’anno scorso è stato l’inizio per me come coreografa. Ho prodotto un solo con musicisti dal vivo sul “Vespro della Beata Vergine” di Monteverdi per il “Berlioz Festival”, nel sud della Francia. Quest’anno, ho appena creato, a Tokyo, un solo di un’ora per me, intitolato “Izumi” che ho interpretato anche a Parigi. Traces è la mia prima coreografia per un gruppo di danzatori”.
Con quale criterio ha scelto i danzatori?
“Scelgo quelli che sono aperti a cose sconosciute, onesti e umili. Penso che questi sono elementi importanti per un danzatore, che poi si esprime con il corpo e il movimento. È necessario misurare sé stessi con l’esterno, essere capaci di condividere. C’è bisogno di forza per essere in grado di accettare”.
Come è nato il pezzo, ispirata dalla musica, dai pensieri oppure ha coinvolto anche i danzatori con le loro storie di vita?
“Tutto è cominciato da un’ispirazione della musica dopo aver incontrato, lo scorso anno, i ballerini e aver lavorato con loro per tre giorni. Ho potuto immaginarli respirare insieme e condividere qualcosa di prezioso attraverso quella musica. Venire a Reggio Emilia mi ha fatto uscire dalla mia solita vita, pensare alle cose come effettivamente le sento, oggettivamente e questa è una buona opportunità per la creazione.”
Mi può raccontare qualcosa di più di Traces?
“E’ un pezzo sul tempo e su come lascia tracce dentro e fuori di noi; in che modo ci muoviamo nella nostra vita con loro. Dentro di noi abbiamo tracce di tempo che sono le memorie e i sentimenti che non si possono dimenticare, con i quali conviviamo. Fuori, quasi tutto ciò che vediamo, è ciò che rimane del passato. Anche se non ci apparteneva, si può provare simpatia con le cose, come libri, edifici, la natura…Per esempio, in Traces, ci sono delle sedie sulla scena, perché quando vedo delle sedie, immagino sempre persone che erano sedute lì prima, anche se non le conosco. Sento l’esistenza dell’assenza. Una sedia vuota rappresenta persone e il passato. Credo che siamo nati per simpatizzare anche con cose che non conosciamo bene. Per guardare e andare avanti dobbiamo accettare il passato e ciò che ci portiamo addosso. Parliamo di fantasmi e angeli, ma non è solo una fantasia o un’immaginazione. Qualcosa che non esiste ora, o che non è visibile con una forma, può essere reale per noi. Abbiamo bisogno di loro per amare il presente nei nostri modi unici”.
Per quanto riguarda la musica, è vero che è partita da brani musicali barocchi tedeschi per poi avventurarsi in un collage?
“Sì, per primo ho deciso di usare come pezzo principale “Passacaglia” di Heinrich Ignaz Franz von Biber (lui è austriaco), un solo di violino che mi sembrava il flusso della vita di una donna che cercava di avanzare nel passato. Così ho creato un collage musicale intorno a questo con mie composizioni e un altro pezzo di Dietrich Buxtehude. Parlando di Traces ho una figura femminile, Ina Lesnakowski, tedesca, nel ruolo principale con la quale io o il pubblico, possiamo simpatizzare e condividere l’esperienza”.
Nel suo modo di creare, quanto ha influito il suo lavoro con Saburo Teshigawara e in generale la sua cultura giapponese?
“Per quanto riguarda Saburo Teshigawara, sono stata coinvolta da vicino nelle sue creazioni per oltre vent’anni, così ho imparato molto da lui. Come osservare le cose, come pensare a ciò che si vuole e prendere decisioni, come lavorare con i corpi dei danzatori. Circa la cultura giapponese, non è per niente nella mia mente, i ballerini, la musica e tutto ciò con cui sto lavorando non ha niente a che vedere con il Giappone. Ma certamente c’è un’infuenza dentro di me come persona perché questa cultura mi ha circondato tutta la vita. Mi vedo più vicino a una cultura giapponese più tradizionale piuttosto che al presente”.
Si ritrova di più nel ruolo di danzatrice o di coreografa?
“Mi sento sempre una danzatrice anche quando sto coreografando, perciò capisco la fisicità dei ballerini molto bene. C’è qualcosa di più nella coreografia che sto scoprendo ora e che trovo molto divertente”
Sta programmando altre creazioni?
“Si, voglio continuare a creare nuovi pezzi, ho dei progetti per un nuovo solo e anche per un altro pezzo di gruppo”
Cosa vuole trasmettere ai danzatori?
“Sentire e conoscere i loro corpi, essere aperti. A volte i ballerini hanno paura a lasciarsi andare o mostrare che sono deboli o fragili ma credo che saper lasciarsi andare è molto importante”.
Lei unisce lievità e poesia al rigore e all’energia, cos’è per lei la bellezza?
“Una forma di vita. Qualcosa che non dura per sempre, che è sempre in movimento, che si muove, svanisce e riappare. Perciò lo desidero e lo desidero”.
Ha scritto: “Il presente dura soltanto quel secondo che non finisce mai” nel senso che nel presente si coglie l’infinito?
“È l’unico infinito che conosceremo mai. Quindi lo afferro ogni momento in cui posso sentirmi vicino. Non siamo mai soddisfatti finché siamo vivi. Anche se non so come sarà dopo la vita …”
Esiste, per lei, una dimensione trascendente?
“Non seguo una religione specifica e non credo al misticismo o a qualcosa di psichico ma sono incantata dal mistero della vita. Il mistero è tutto intorno a noi e necessario per le nostre vite. Se si potesse spiegare ogni cosa e conoscere tutto, la vita sarebbe così noiosa, senza bellezza e incanto”.
Si è formata come ginnasta e ha vissuto negli Stati Uniti fino a 15 anni, che cosa le è rimasto di quest’educazione?
“Ho scoperto che non ero una brava ginnasta perché non avevo muscoli forti e che non mi piace la competizione o lo sport ma solo muovermi con la musica o sentire con il mio corpo. Così questo è stato l’inizio per poi guardare verso la danza molto più tardi nella mia vita, anche quando non sapevo nemmeno cosa fosse la danza”.
Il suo Tracers fa parte del trittico Dreamers, che relazione ha con gli altri due coreografi: Philippe Kratz e Ohad Naharin?
“Philippe Kratz è uno dei ballerini in Traces, così lo conosco molto bene; ha una parte essenziale nel mio pezzo. Oahd Naharin non lo conosco di persona”
Cosa si aspetta ancora dalla danza?
“Che continui a guidarmi verso l’ignoto e la bellezza ancora da scoprire, per farmi respirare e trovare parole per cose per le quali non ho parole”.

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